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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Rischio compagnia

Dopo un quarto di secolo di Internet e poco meno di web, per trovare buone comunità online quasi sempre si finisce per passaparola; Facebook è poco efficace e anche quando si incappa in qualcosa di potenzialmente valido, spesso prevale il clima da social, con le battute salaci, la polarizzazione, le cazzate un tanto al chilo, quelli arrivati da Marte e chi riesce a impiegare solo frasi fatte.

I gruppi Slack sono tipicamente buoni; anche solo per il fatto di usare Slack, cioè un programma diverso dall’ovvio e dal banale, equivale a una scrematura.

Or ora ho trovato un gruppo MacAdmins, di amministratori di sistema Mac, come dice il nome.

Americano, molto numeroso, alla prima occhiata forse eccessivamente colloquiale, tuttavia conto di fermarmi almeno qualche giorno a vedere. Potrebbe essere compagnia di poco conto giornaliero che si rivela utile quando serve aiuto, oppure i temi interessanti potrebbero apparire a intermittenza. Sto a vedere.

L’adesione è libera e apparentemente basta chiedere l’iscrizione per essere iscritti d’ufficio.

Per inciso, c’è un gruppo Slack di frequentatori di questo blog. Ringrazio ogni giorno le persone straordinarie che lo animano e spesso lo popolano di contenuti assai interessanti. È aperto a tutti, basta chiedere, per esempio lasciare un commento qui sotto con una email cui essere invitati.

Un altro vantaggio rispetto alle reti sociali, dove si vede talmente tanto baccano da trovarsi soli; su Slack la compagnia è tipicamente buona e fresca. Un rischio che finora nel mio caso è sempre valso la pena correre.

Supporto alla vita

Il ventiquattro di gennaio è diventato una data per me scomoda; cestista per una vita, appassionato di Apple, è tutta una commemorazione.

Ho voglia di guardare avanti e di pensare alla vita. Ecco, per esempio, Paul Hudson e il suo sito Hacking with Swift. Vivace, colorato, pieno di risorse.

Hudson non cambierà il mondo una persona alla volta, né diventerà il programmatore Swift più forte del mondo grazie alla sua forza mentale senza paragoni. Tuttavia fornisce contenuti interessanti, cose su cui smanettare, cento appigli per terminare la giornata con una capacità di quando l’abbiamo iniziata.

Leggere dell’esistenza di corsi come Swift on Sundays, imparare Swift nel tempo della domenica, fa venire voglia di lasciargli lì anche qualche soldo. Da assaggiare, per sentirsi di nuovo sul versante della vita.

L’uomo che inventò molto altro

Prima di lasciare definitivamente riposare in pace Larry Tesler suggerisco una ripassata al necrologio scritto da John Markoff per il New York Times.

Oltre a contribuire allo sviluppo di Lisa e Macintosh, Mr. Tesler fondò e diresse l’Advanced Technology Group di Apple, dopo il quale guidò la progettazione di Newton, anche se questo non fu un successo. Il gruppo creò anche molta della tecnologia che sarebbe divenuta lo standard wireless Wi-Fi e Mr. Tesler diresse una joint venture tra Apple e altre due aziende per la creazione di Acorn Risc Machine, una partnership che intendeva fornire un microprocessore per Newton. […] L’architettura creata per la partnership è oggi il progetto di microprocessore più usato al mondo.

Newton.

Wi-Fi.

Arm.

Un gigante. Senza contare tante intuizioni e iniziative che ebbero meno successo oppure non raggiunsero le giuste orecchie.

Giusto per non congedarlo come l’inventore del copia e incolla, importante, certo. Ci fu molto altro.

P.S.: agli amici del Post: Markoff spende quattro righe per avvisare di avere scritto Frieden al posto di Friden e di avere corretto, con tanto di giorno e ora. Un po’ diverso dal metodo discutibile che usa, ehm, una certa redazione.

P.P.S.: matt2bono chiedeva una foto della giornata delle nozze. Le sto aspettando, per ora ho questa. :–)

In diretta dagli imenei

Deontologia portami via

Dopo il mio pezzo sul trattamento della scomparsa di Larry Tesler da parte de Il Post, la redazione del suddetto ha aggiunto al suo articolo una frase:

Le visite di Jobs erano state comunque concordate anche in seguito a un investimento da parte di Xerox in Apple.

Me ne sono accorto grazie a una dritta di manuelmagic, che ringrazio. La modifica è riuscita a sfuggire alla cache di Google, ma avevo tenuta aperta la finestra dell’articolo in versione originale, che ora ho salvato in Pdf e come schermata del paragrafo in questione.

Ovviamente non ho alcun merito; chissà quanti hanno segnalato al Post che quel paragrafo richiedeva un riequilibrio tra cerchio e botte. Speriamo tanti.

Se si modifica un articolo in modo significativo, è buona coscienza farlo sapere, magari aggiungendo in fondo all’articolo una piccola nota sulle modifiche effettuate. È una cosa di routine sulle più grandi testate americane, di cui si accorge chiunque legga in giro, non serve avere frequentato una scuola di giornalismo. Al Post tuttavia hanno glissato.

Il nuovo paragrafo rende evidentemente fango puro le affermazioni di chi parlava della visita di Steve Jobs al Palo Alto Research Center Xerox come della più grande rapina informatica della storia, ma nessuno ha ritenuto di cancellare quella parte o modificarla.

Il nuovo paragrafo contiene un link a una pagina che corrobora la nozione dell’accordo tra Xerox e Apple, mentre manca un link a supporto della storia della rapina. Secondo me – pura speculazione senza prove – Al Post tengono aperta la pessima biografia di Jobs scritta da Walter Isaacson, dove si può leggere:

Il raid Apple presso il Parc Xerox viene talvolta descritto come una delle più grandi rapine nella storia dell’informatica.

Chi lo avrebbe scritto, o detto? Isaacson non lo esplicita. Il Post manco cita Isaacson (o chi per esso). Forse è ora di parlare di leggenda urbana?

Torniamo al nuovo paragrafo e al nuovo link: al Post non lo hanno letto. Altrimenti avrebbero corretto il testo preesistente dove si parla delle due visite di Steve Jobs, quando invece furono due visite di Apple, con Jobs presente solamente la seconda volta.

E avrebbero dovuto tralasciare anche: le visite di Apple a Xerox furono direttamente connesse all’investimento di Xerox in Apple e non c’erano altri motivi.

Insomma, sembra così difficile usare correttezza giornalistica nel 2020. Almeno fosse una spietata disamina del business di Apple. Invece è un necrologio e si approfitta pure di quello per fare, eufemismo, scarsa informazione.

Chiuso per imenei

Per oggi sono assente giustificato. Qui sotto un particolare della località che abbiamo scelto, foto scattata a fine luglio.

A domani!

Temporale sul lago a fine luglio

Se questa è una rapina

Un non fa in tempo a commemorare Larry Tesler che Il Post, nel fare la stessa cosa, si ricorda astutamente di buttare lì qualche malignità, sapendo benissimo come si acchiappano i clic.

Le due visite di Jobs – durante le quali gli fu anche mostrato [da Tesler] uno dei primi mouse per computer – sarebbero state definite da alcuni “la più grande rapina nella storia dell’informatica”.

Quanta finezza: definite da alcuni come presa di distanza, sarebbero al condizionale, metti mai che qualcuno dubiti; un paragrafo più avanti, il colpo alla botte dopo quello al cerchio:

Jobs copiò sicuramente alcune idee nate al PARC, ma ebbe le giuste intuizioni per migliorarle e per renderle un successo commerciale.

Intanto rapina è passato, poi la più grande, eh, mica una marachella.

L’autore dell’articolo, anonimo e capisco il perché visto il suo grado di preparazione, ha centrato il pezzo (come del resto molti altri) sulla figura di Tesler come inventore del copia e incolla, da lui ideato assieme al collega Timothy Mott nel 1973.

Ecco, due editor di testo storici come emacs e vi nascono poco dopo, nel 1976, completi di un sistema analogo per replicare e spostare parti di testo all’interno di un documento, dove però si usano termini diversi, come kill e yank.

Entrambi sono posteriori al lavoro di Tesler, ma attingono a lavoro precedente: per la precisione all’editor Teco usato sui minicomputer della defunta Digital Equipment Corporation.

Teco è nato nel 1962, dieci anni prima che Tesler perfezionasse il copia e incolla. Questo diminuisce la sua grandezza? Ne fa un copiatore, per quanto geniale? Possiamo parlare del suo lavoro come di una rapina nei confronti degli autori di Teco?

No, per tre volte. Larry Tesler è una delle figure che definiscono quello che siamo oggi, informaticamente parlando, ed entra a pieno diritto nella nostra storia. Che esistesse lavoro precedente dimostra solo che lo conosceva e seppe perfezionarlo per portarlo a un livello nuovo, astronomicamente più elevato rispetto a quello di provenienza.

Sì, vabbè, i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano, Jobs dice di Picasso, alibi perfetto per uno che voglia accusare Jobs di avere rubato, con la scusa dell’arte.

Quanto sopra sembra una lunga dissertazione pedantina in punta di penna, vero? La faccio corta: Apple vendette azioni proprie a Xerox a prezzo di favore e in cambio ottenne l’accesso al Palo Alto Research Center. Si noti anche come il lavoro su Lisa e Macintosh fosse già iniziato.

Se questa è una rapina…

Intelligenza e interfaccia

Addio a Larry Tesler.

Di personaggi straordinari ce ne sono molti, nella storia dell’informatica personale. Tesler è speciale perché era uno scienziato puro prestato ai computer, come si vede dalla sua home dove due sezioni su cinque riguardano il problema dei compleanni e i numeri primi.

Seppi per la prima volta della sua esistenza e importanza grazie a Le Scienze: devo recuperare la fonte esatta, ma ritengo che Douglas Hofstadter avesse lanciato una delle sue sfide dalle pagine dei Temi metamagici e lui l’abbia affrontata per forza bruta, tramite un programma Pascal fatto girare su Macintosh. Va tenuto presente che erano anni in cui si doveva spedire un floppy disk per posta ordinaria, per fare circolare software di cui parlare su una rivista.

Tesler si è dedicato anche all’interfaccia umana e questo sancisce la sua grandezza tra chi ha saputo posizionarsi al consueto incrocio tra tecnologia e arti liberali.

Uno dei documenti migliori per ricordarlo è proprio questa antica trascrizione di una conversazione avuta con Chris Espinosa sulle origini dell’interfaccia umana Apple.

Non tutte le frittate escono col buco

Poche danno più fastidio della consegna di un documento che devi elaborare – per un libro, per un sito, per un qualsiasi utilizzo professionale – sotto forma di documento Word, impomatato, impostato, impaginato, bilanciato, definito fino all’ossessione grazie al controllo maniacale di decine di parametri. Controllo di cui resta niente un minuto dopo che la consegna è stata effettuata.

Un bravo autore consegna il testo e le immagini (i video, l’audio, gli elefanti, qualunque corredo al testo) a parte. Al limite con l’aggiunta di un documento di anteprima che dà l’idea di come si immagina l’aspetto finale della cosa. Ma testo e immagini sono separati.

Non dovrebbe essere difficile da capire. L’esperienza di preparazione di una frittata dovrebbe essere abbastanza condivisa. Quanto meno, capire che ci sono di mezzo uova, la loro apertura e qualche altra operazione accessoria.

La frittata è una ricetta banale, ma ci sono i piccoli segreti di ciascuno. C’è chi aggiunge il goccio di latte, chi il pizzico di farina, chi controlla la temperatura del piano cottura, chi sbatte le uova rigorosamente nello stesso senso e così via. Ognuno, a modo suo, è un esperto di frittata.

Se venissimo invitati a casa di un amico per godersi insieme una bella frittata, porteremmo le uova già sbattute? No. Intere. A romperle, amalgamarle, armonizzarle, aggiungere l’ingrediente segreto, pensa l’amico. Quando ci invita a cena, l’esperto di cucina è lui.

Analogamente, chi consegna un testo da elaborare dovrebbe farlo nella maniera più grezza possibile, proprio per facilitare l’elaborazione.

Altrimenti qualcuno infila dentro il documento Word le immagini. E qui Pages ha un buco importante, perché importa le immagini in bassa risoluzione, bassa per usare un eufemismo. Sono inutilizzabili. Quando mi capita di dover estrarre immagini da un documento Word, lo apro con LibreOffice.

E mi chiedo perché Pages possieda, per esempio, una tipografia avanzatissima e poi non sia capace di importare come si deve un’immagine. Siamo alla frittata, mica alla cucina molecolare.

Il virus della miopia

I problemi sanitari in Cina affliggono anche le fabbriche di componenti e di apparecchi elettronici e Apple ha spiegato come l’attuale emergenza le renderà impossibile il rispetto delle indicazioni di fatturato fornite durante la recente presentazione dei risultati trimestrali.

L’effetto – doppio, sulla produzione per via delle fabbriche chiuse e sulle vendite per via dei negozi chiusi – è notevole: si parla di una riduzione globale delle consegne di computer tra il ventinove e il trentasei percento.

Scommettiamo che alla prossima scadenza trimestrale ci sarà un buontempone che salta fuori a dire come Apple sia spacciata perché ha venduto meno iPhone e meno Mac?

Che, invece, sarebbe da concentrarsi sulle persone infette che non riescono a riprendersi dal contagio. Il conto delle vittime, quello sì, sarebbe bello che crollasse.

Due passi avanti

Un dato relativamente poco pubblicizzato dagli ultimi risultati finanziari di Apple, come riporta Mdj:

”La nostra base installata attiva [ha raggiunto] un nuovo record assoluto per ciascuna categoria di prodotto principale e segmento geografico”. Prenditi un momento per assimilare questa affermazione. In nessun momento della storia di Apple si sono avute più persone che usano iPhone, iPad, watch, AirPod… o Mac.

L’affermazione è straordinaria perché, neanche Mdj lo sottolinea, vale anche per aree geografiche. In nessun momento Mac ha avuto così tante persone a utilizzarlo in America. In Europa. In Asia. In Giappone. Ovunque. E vale per ogni altro prodotto principale.

Si possono fare molti pensieri su questo dato, dalle quote di mercato ai livelli di soddisfazione, e certamente rimane una affermazione generica; se mi trovo male con Catalina, mi importa poco essere parte di una comunità che non era mai stata così grande.

Nondimeno, il bicchiere lo classificherei mezzo pieno.

Ho collegato questo pensiero a una microepifania occorsami l’altro giorno al supermercato. Avevo la lista della spesa su iPhone, nelle Note, stile casalingo sprovveduto.

Nello spuntare il primo prodotto, è apparso un messaggio della app: volevo che le voci spuntate andassero automaticamente in coda alla lista?

Certo. È una sciocchezza, una cosa piccola, marginale. E comoda. L’ultima volta che mi è capitato, Note non lo faceva.

È stato un promemoria del fatto che il sistema operativo del mio iPhone continua a evolvere anche in assenza di macroaggiornamenti. Nonché una piacevole sorpresa, che mi ha fatto pensare ancora una volta a quanto dovrei, potrei ma ancora non so spremere da iPhone, da iPad, da Mac.

Un altro collegamento mentale, stavolta con varie operazioni nostalgia apparse negli ultimi tempi in tema di vecchia Apple, retrocomputing, archeologie informatiche assortite.

È una cosa che mi piace tantissimo. Ho iniziato ad accarezzare il progetto di dare un nuovo seguito a Macintosh Story. Sempre disponibile a compiere in via straordinaria un passo indietro nel passato a riscoprire la magia della tecnologia che ci ha appassionato e comunque accompagnato nel nostro crescere.

Purché straordinario. A parte l’occasione eccezionale, nella vita tecnologica preferisco altrimenti, sempre, comunque, fare due passi avanti.

Pensieri non comuni

Subdolamente adescato da Matteo, ho scritto il testo di una delle prossime uscite della newsletter No Rocket Science, di cui consiglio la lettura regolare. Esce ogni due lunedì, non pesa e non dà fastidio.

Eppure sollecita, intriga, scuote, coinvolge, suggestiona, dipende dal tema, da chi la scrive, dai link consigliati. Certamente è un’uscita dalla propria comfort zone, quali che siano i suoi confini.

È qualcosa di cui, nella routine attuale di contatti con media e persone spesso manovrate dai media, c’è un gran bisogno per continuare a respirare con frequenza non allineata alla portante del pensiero comune.