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Dal mondo Apple all'universo digitale, in visualizzazione rapida dell'ovvio

Questione di buonsenso

Per evitare i disastri avvenuti in Iowa a causa di una app mezza cruda, in Nevada hanno deciso di lavorare sulle primarie presidenziali democratiche in modo semplice e pratico: un iPad per seggio e Google Forms.

Apple ha varato Swift Playgrounds per Mac. Era da tempo una cosa logica. Avrebbero dovuto anzi farlo da molto prima, senza aspettare di approfittare di Catalyst.

John Voorhees ha scritto su MacStories un articolo talmente bello su come usare i Comandi rapidi in iOS per generare link in modo automatico a partire da testo Markdown, che a leggerlo con attenzione diventa un corso per imparare a lavorare degnamente con i comandi rapidi. Difficilmente si troverà qualcosa di più sistematizzato e coerente su web; qualunque persona seriamente interessata a ricavare il massimo dal proprio iPad dovrebbe dare almeno una scorsa alla pagina. Perché i Comandi rapidi sono un amplificatore pazzesco di possibilità.

Tre casi di normalità lineare talmente dissonanti con la mentalità comune da fare notizia.

Ricette semplici

Poco tempo a disposizione, gli appunti che – quasi per riflesso – avevo scritto in Markdown.

Finita la relazione, ho (finalmente!) installato Pandoc via Homebrew. Un breve istante di perplessità, in quanto Pandoc segnalava l’assenza di pdflatex. Ma su Superuser ho trovato in pochi secondi le risposte che cercavo.

Ho installato anche pdflatex da Homebrew e, importante, ho lanciato una nuova sessione di Terminale, da una nuova finestra.

Quasi come per magia avevo, con pochi comandi infine semplici da capire, un file formato testo scritto e soprattutto formattato nel modo più veloce possibile e insieme la chiave per la sua trasformazione istantanea in documento Html, Pdf, Word, qualsiasi cosa.

La persona non pratica vedrà i paragrafi sopra come una teoria di nomi astrusi e inconoscibili, mentre si tratta di un percorso, veramente, di dieci minuti al massimo.

Qui leggono esperti veri di Markdown e Pandoc e non mi rivolgo ovviamente a loro, ma a tutti gli altri, che temono la complessità. È un piccolo apologo che vorrebbe esortarli a non avere paura, ché non è mai stato così facile lavorare con il proprio computer in modo più profondo e, in definitiva, più semplice.

Provare, provare sempre. Mai accontentarsi di quello che abbiamo sotto i polpastrelli. Si può fare meglio, si può fare in modo più elegante, si può fare e farci diventare più bravi di quello che abbiamo sempre creduto di doverci limitare a essere.

Pensa in grande, agisci in piccolo

Qualche foto scattata di fretta durante la mia giornata a Learning Technology 2020.

iMac a Junction 18

iMac a People Matter Most

Dal punto di vista Apple, una tendenza già latente negli anni scorsi, adesso assolutamente esplosa, è iMac come macchina da fiera: per mostrare demo, filmati promozionali, interfacce e sistemi per la produzione di contenuto.

iMac a LinkedIn

iMac a Netex

Dal punto di vista learning, un grazioso paradosso: schermi sempre più grandi per inseguire un cliente con la promessa di lezioni online che funzionano anche sul più piccolo degli schermi. Legioni di iPhone e iPad mini, per mostrare su superfici minime la bontà del lavoro compiuto su quelle mastodontiche.

iMac a Thirsty

iMac a Totara

Qualche Mac portatile, più che altro per amministrazione, anagrafiche, sbrigare il lavoro nonostante il dovere di presenza negli stand. L’idea di frequentare corsi online su un computer convenzionale, almeno in una fiera di settore, è out.

iMac a Area9

iMac a LearningPool

iMac a Fuse

Menzione d’onore a Padcaster, studio di produzione video mobile basato su iPad, alla faccia del gadget che non è un computer vero e serve solo per consumare dati.

Padcaster

Grazie ad Alitalia che ha reso impossibile il check-in online per il volo di ritorno, dopo avere incamerato ogni e qualsiasi possibile dato di registrazione per quello di andata, fiscale anche sui middle name come se fossero mai importati ad alcuno; e anche per avere richiesto al momento del ritorno tutti i dati, nessuno escluso, come se niente fosse mai accaduto.

Se penso alla app di Finnair vengono i brividi, non perché l’ho usata a Helsinki.

La schermata qui sotto è cortesia di Trenord.

Gli orari di Trenord alla stazione di Milano Porta Vittoria

Una gita fuori aeroporta

L’adiacenza del centro congressi ExCel all’aeroporto London City mi permette di partecipare a Learning Technologies con un viaggio in giornata.

Ci fosse qualcuno in zona, un caffè salterebbe fuori graditissimo.

Sono stato a Londra quasi sempre da turista più che per business e questa occasione sarà interessante per vedere i Docks ristrutturati. City airport, metropolitana leggera, infrastrutture varie, app di ordinanza per la manifestazione; Brexit o meno, questa parte del mondo è Europa evoluta e si muove rapida.

Mi trovo su una corriera che, alle 4:47, aveva L’orologio impostato sulle 8:29, probabilmente per confortare il passeggero. Ma in fondo sto anch’io raggiungendo un city airport e, a questo ritmo, le mie figlie ci arriveranno in metropolitana.

Roba di Matt

Erano gli anni novanta, Apple non se la passava benissimo, pareva che Windows avrebbe fagocitato il mondo e io spesi quelli che oggi sarebbero circa duecentocinquanta euro per abbonarmi a Mdj_, la newsletter di Matt Deatherage.

Deatherage era, è tanto competente sul lato tecnico quanto sugoso da leggere come commentatore. In quei giorni Mdj_ era come accendere la luce in casa quando improvvisamente ti accorgi che si è fatto tardi ed è già buio.

Il mio abbonamento era lifetime, la classica scommessa sul futuro. Fu relativamente azzeccata; Mdj_ durò qualche anno e poi Deatherage smise di scrivere, per problemi di salute piuttosto importanti e altri accidenti assortiti di cui parlò diffusamente prima di chiudere.

La newsletter aveva anche un problema di identità, struttura, prezzo; erano i momenti in cui l’onda del web travolgeva tutte le cose intelligenti con la cacca gratuita.

Per molti anni ho provato a vedere di tanto in tanto se per caso Deatherage avesse ripreso a pubblicare, più per la persona che per i contenuti. Ma niente; passava da Twitter a commentare le presentazioni del trimestre finanziario Apple e poi ritornava silente.

Improvvisamente l’ho ritrovato e la trovo una cosa da pazzi, quindi bellissima. Vero che è un grande momento per lo strumento newsletter; vero anche che monetizzare la buona informazione è una missione vicina all’impossibile.

Sto valutando se iscrivermi a pagamento o stare nel segmento gratis; per chiunque non abbia vissuto l’epoca d’oro di Mdj_ raccomando vivamente almeno la seconda opzione. Siamo assuefatti ai siti-spazzatura e invece ci sarebbe molto ancora da dire sul mondo Apple in modo intelligente, per un pubblico capace di ascoltare e partecipare attivamente. Esiste ancora.

Forza Matt.

Il guasto per la provocazione

Cory Doctorow è sempre stato provocatorio e la provocazione è un atteggiamento apprezzabile e raro in quest’epoca di pensiero obbligato e moralismo coatto.

La provocazione deve però essere centrata e credo che Doctorow abbia sbagliato a riproporre oggi il pezzo che dieci anni fa scrisse sull’arrivo di iPad. Per lui Ipad.

Che cosa scrisse dieci anni fa, sotto il titolo Perché non comprerò un iPad (e penso che neanche tu dovresti)?

Per esempio, che se non puoi aprirlo, non è tuo. Apple ][+ era completo degli schemi elettrici della scheda logica, per chiunque volesse metterci mano.

iPad, invece, ha un modello di cliente diverso:

Quello stesso stupido stereotipo di madre tecnofobica, timida, deconcentrata rappresentata in un miliardo di varianti di “troppo complicato per mia mamma”.

Il modello di interazione con iPad, raccontava dieci anni fa Doctorow, è quello di un consumatore,

descritto memorabilmente da William Gibson come qualcosa delle dimensioni di un cucciolo di ippopotamo, del colore di una patata bollita vecchia di una settimana, che vive da solo nell’oscurità di una casa mobile nei dintorni di Topeka. È coperto di occhi che bruciano a causa del suo sudore copioso e continuo. Non ha bocca… né genitali e può esprimere le sue pulsioni estreme di rabbia assassina e desiderio infantile solo cambiando canale su un telecomando universale.

C’è molto altro ma salto alla fine, sotto il titolo di paragrafo I gadget vanno e vengono.

L’iPad che compri oggi sarà rifiuto elettronico in un anno o due (meno ancora, se non paghi per farti cambiare la batteria).

Ancora:

Se vuoi vivere nell’universo creativo dove chiunque abbia una buona idea può realizzarla e dartela per farla funzionare sul tuo hardware, iPad non è per te.

Sbagliare qualche predizione a distanza di dieci anni ci sta. Però bisognerebbe avere il coraggio di ripercorrerle le predizioni e magari ammettere qualche sbavatura.

iPad, dieci anni dopo, è tuttora complicato per mia mamma, anche se ha semplificato molte cose. Utente appassionato, frequente e intenso di iPad, fatico a mapparmi su un cucciolo di ippopotamo e una o due cose creative su iPad mi capita di provare a prepararle. Non sento la mancanza di idee creative da fare funzionare, semmai il contrario; avessi il tempo di provare tutto quello che merita.

Dove però proprio non ci siamo è l’ossessione per la batteria. Il mio primo iPad, comprato a maggio 2010, è uno dei primi che arrivarono a Milano. Sono passati dieci anni, le mie figlie lo usano regolarmente per giocarci, la batteria funziona egregiamente, prima di dichiararlo rifiuto elettronico bisognerà passare sul mio cadavere.

Cory: sono passati dieci anni, ma il tuo articolo non è maturo. È guasto.

Salute e ricchezze

Sulle tasse internazionali o sulle condotte monopoliste sono state tutto sommato scaramucce. Sui dati sanitari se ne vedranno invece delle belle.

Inizia già a succedere; la più grande azienda americana nel settore ha preso rumorosamente posizione contro nuove regole proposte dal Ministero Usa della salute che vorrebbero facilitare la condivisione tra enti, sistemi e apparecchi dei dati sanitari degli individui.

Ci sono certo numerosi rischi; in questo momento il mondo delle reti informatiche è una giungla dove chiunque cerca di profilare ogni navigatore e per farlo accaparra tutti i dati che può, senza alcun rispetto per la privacy e per la legge. Esempio recente, la scoperta che le tavolette grafiche Wacom tengono traccia dei nomi delle app che apriamo.

Al tempo stesso, per l’individuo – specie quando sfortunatamente diventa paziente – il poter entrare rapidamente in possesso dei propri dati clinici e poterli passare facilmente a chi preferisce è una arma straordinaria per agevolare una guarigione.

Lo stato delle cose è, come quasi sempre prima che una Apple ci metta il naso, deludente e svantaggioso. Molti anni fa ho subìto una operazione chirurgica importante e l’ospedale mi ha consegnato la cartella clinica: un faldone di fogli di carta, tutti fotocopie distratte e difettose dei documenti originali, e un Cd-Rom di Pdf; quelli delle fotocopie di cui sopra, malamente digitalizzate e memorizzate.

Ho la fortuna, per dire, di non dover condividere questi dati con un altro ospedale; se mi fosse capitato di doverlo fare, le condizioni non sarebbero certo state ottimali.

Per questo gli attuali padroni dei dati cercano di mantenere la propria posizione e chi si affaccia oggi sul settore, come Apple, è interessato a un cambio di regole che potrebbe giocare a favore.

È da notare come negli Stati Uniti ci sia una grossa azienda privata, che costruisce la propria ricchezza su costosissimi sistemi di gestione dati installati nelle cliniche. Pesantemente inadeguati non appena si parla di interoperabilità o di condivisione dei dati.

Da noi è diverso; i dati sanitari di ciascuno sono in larga parte patrimonio statale. Quando, con i canonici venti anni di ritardo, salirà alla ribalta la stessa questione oggi dibattuta negli States, il potenziale di disastro generato dall’incrocio tra la miopia statale e l’avidità privata sarà ingente.

Innovazione è

Ventitré anni fa Steve Jobs cominciava il suo primo giorno di lavoro in Apple dopo essere stato acqusito assieme alla sua NeXT.

Un’azienda allo sbando ne acquisiva una di sostanziale insuccesso, per quattro soldi (quattrocento milioni sono nulla rispetto, per esempio, alla acquisizione plurimiliardaria del business cellulare Nokia da parte di Microsoft), capitanata da un manager ai tempi cacciato dall’amministratore delegato che egli stesso aveva convinto personalmente a occuparsi di Apple.

Il manager recuperava dai ranghi dell’azienda un designer trascurato e demotivato per :trasformare una Apple a rischio fallimento nell’azienda di tecnologia più valutata al mondo, con una base di utenza di oltre un miliardo di persone.

Oggi va di moda accusare Apple di carenza di innovazione. Chiedo: quale altra azienda ha una storia minimamente avvicinabile a questa?

Innovazione è altro, dicono? Beh, facile concordare. Cambiare il destino di miliardi di persone è un’altra cosa. Talento, intuito, coraggio e sangue molto freddo non sono state innovazione, ma la testimonianza che lì in quel momento entrarono in Apple varie persone speciali.

E forse tutta questa parte meriterebbe un capitolo di storia a sé, lontano da come è nato iPhone o iPad.

Raddoppia e lascia

Su Tiobe, uno dei più seguiti indici di popolarità dei linguaggi di programmazione, si è appena assistito a uno storico passaggio di consegne: Swift è salito dal ventesimo al decimo posto in classifica mentre Objective-C scendeva, per coincidenza altamente simbolica, dal decimo al ventesimo.

Dopo che cinque anni Apple ha annunciato Swift come successore di Objective-C, la popolarità del secondo è immediatamente crollata (era terzo), ma il primo ha semplicemente cominciato una lenta ascesa, da molto in basso.

Sembra che la spiegazione sia una iniziale diffidenza dei programmatori verso Swift, a favore di altri linguaggi emergenti che magari promettevano una maggiore facilità per lo sviluppo di app multipiattaforma, da propinare simultaneamente su App Store e Google Play.

Il tempo è stato galantuomo e Swift, peraltro, è maturato vertiginosamemte dal debutto del 2014; non è più la scommessa né il salto nel buio, men che meno uno strumento poco vantaggioso nella pratica.

Il linguaggio per lo sviluppo sull’ecosistema Apple nel futuro prevedibile è ora autorevole e si avvia a rappresentare una conditio sine qua non soprattutto per i veri professionisti. È recente la notizia che App Store ha pagato complessivamente ai programmatori iOS il doppio di quanto abbia fatto Google Play ai programmatori Android, nonostante il mercato iOS sia numericamente una frazione di quello Android.

Se vuoi tentare la fortuna con la programmazione, va tentata su iOS e di conseguenza va usato, molto bene, Swift. Objective-C è ancora molto usato ma, ora più che mai, rappresenta un percorso che ha raggiunto il compimento, per lasciare strada a chi da un mese all’altro ha raddoppiato la popolarità.

A chi ancora non ci avesse provato: sotto con Swift Playgrounds.

Realtà e fiction

Dopo tanti anni e dopo tante sciocchezze lette rispetto ai prodotti di Apple, ora tocca leggere sciocchezze riguardo alle serie TV di Apple. Segno dei tempi e immagino quanti si lamentavano per come i Mac venivano trascurati, perché Apple pensa solo a iPhone

Non è sfuggita a John Gruber l’accoppiata New York Post più Wall Street Journal.

Secondo il primo, Tim Cook scriveva annotazioni sui copioni, dirette presumibilmente a registi e produttori. La più comune sarebbe stata non essere così crudo (Don’t be so mean).

Eddy Cue, responsabile Apple per il settore multimedia, ha smentito al cento percento che Cook o chi per esso abbia mai espresso commenti, di qualunque tipo, su un copione: Lasciamo lavorare i ragazzi, che sanno ciò che stanno facendo.

Chiosa Gruber:

Si dica quello che si vuole sui contenuti originali di Apple fino a qui prodotti, ma la crudezza non manca.

E nota come il New York Post non abbia mai fatto marcia indietro sulle sue affermazioni.

Il Wall Street Journal invece scriveva quasi un anno e mezzo fa:

Apple ha detto chiaramente, dichiarano produttori e agenti, di volere spettacoli di alta qualità per un pubblico ampio, ma non sesso, turpiloquio o violenza gratuita.

Commenta oggi Gruber:

Suppongo si possa discutere sulla parola gratuita, ma le cose che ho visto […] non sembrano trattenersi sul sesso o sul linguaggio forte. The Morning Show e Servant, in particolare, sono chiaramente per adulti. […] Per quanto ne so, il Wall Street Journal non ha mai ammesso di avere sbagliato.

La sparate sui prodotti le ho attribuite spesso a una incompetenza di fondo. Per decidere se una serie TV contiene scene spinte o linguaggio forte non bisogna essere competenti; semplicemente, basta guardarle.

Forse anche i prodotti, basterebbe usarli prima di scriverne.

Imprese sempre più impossibili

Avevamo già parlato di quella oscura e insignificante azienda di nome Sap che si ostina a usare Mac contro ogni logica aziendale, del secolo scorso eh, ma pur sempre logica.

C’è un aggiornamento, a firma Martin Lang, figura di mezza tacca come può esserlo un Vice President Enterprise Mobility:

Il numero di colleghi in Sap che scelgono Mac come computer primario è raddoppiato negli ultimi quindici mesi, ad almeno ventiseimila persone, l’ottantadue percento delle quali lavora su macOS Catalina.

Dopo avere sentito le cose peggiori su Catalina per affidabilità, pare che in Sap lo usino in decine di migliaia. Giorno per giorno, con risultati da portare per guadagnarsi uno stipendio, con una reputazione ai vertici del loro mercato. Come possa l’azienda prosperare invece che fallire rovinosamente, nonostante questa serie di scelte improvvide, è tutto da capire.

O forse hanno messo da parte il pregiudizio per giudicare, invece, in base ai fatti.